| Autonomia
di espressione
Credo nell'autonomia di linguaggio dell'arte.
Mi spiego meglio.
Ogni opera che presuma di chiamarsi "arte" deve
da sola, autonomamente, poter comunicare l'emozione che intende
esprimere.
Contenere cioè in
sé la capacità di trasmettere il proprio messaggio,
senza l'ausilio di informazioni supplementari o sussidiare,
estranee al puro processo creativo.
Quando guardo un'opera per la prima volta, istintivamente
non sono interessato a conoscere il nome dell'autore, la sua
età, il suo percorso artistico o le sue tendenze sessuali,
ma concentrato solamente a "sentire" quello che
il
risultato del suo lavoro "sconosciuto" mi comunica.
E' in questa autonomia di espressione dell'opera d'arte che
riconosco il valore e la funzione dell'artista. E solo se
dopo questo "passaggio" sono entrato intimamente
in una comunione emotiva con il lavoro dell'autore, solo allora,
desidero conoscerlo più a fondo, studiarne ogni aspetto,
incantato dalla sua capacità di stupirmi o di commuovermi.
Esattamente come succede tra le persone.
Questa è l'arte che sento più vicina.
L'arte che non viene negata a chi non abbia conoscenze specifiche
ma
solo a chi non possiede, o meglio, non vuole impiegare la
sensibilità necessaria, per comprenderla.
Un'arte che da migliaia di anni ha la capacità di
rinnovare l'emozione in chi la guarda al di là del
tempo e dello spazio, della cultura, delle ideologie o dei
codici interpretativi di un presente passeggero.
Un'arte la cui preoccupazione principale è la comunicazione
di un'estetica dei valori.
Un'arte che porta notizie da un mondo ad un altro in modo
originale e costruttivo, attraverso un solo linguaggio, un
solo codice comune a tutti: quello dei sentimenti. Il mio
tentativo, come dice il mio amico Nicolò in una sua
bellissima canzone, è quello di cercare di esserne
degno.
Alfredo Rapetti
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