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Spettacolo dipinto
Aria, vento, brezza di mare soffia sulla bambola - bambina
- marionetta che riassume con le sue rotondila rituali la
leggera posizione dell'emblema femminile sula terra. Ecco
un quadro - uno dei tanti - dove la sfera del corpo e il segno
circola-re dei seni di una Demetra della fantasia tracciano
un profilo sintomatico. E' una tiologia che si colloca a metà
tra l'amuleto e il nume tutelare. I fantocci animati dal soffio
lieve di Alice Gombacci sono la proiezione di una fiaba lunga,
come una ricorrente nenia popolare che rifà il verso
alla vita stemperandone gli accenti di dolore e di tragedia.
Ho visto il tono sicuro di certe gigantesse da circo, con
il pallone e la scimmia accanto, ed ho sentito i rumori di
antiche periferie, risate e musiche di domeniche allusive
in una Italia di frontiera, emersa dalle pagine di un libro,
o da un interminabile, metafisico dopoguerra. Per similitudine
ho rivissuto gli effetti di certi quadri un po' ingenui, un
po' ammiccanti, e sapientemente nutriti di malinconia, che
portano le firme dei meravigliosi spiriti, poetici e letterari,
affini a quello del doganiere Rousseau: penso a Rossi, a Garbari,
a Rosai, e a quell'incantato sognatore che fu il triestino
Vittorio Bolaffio. C'è una parentela spirituale con questa
genia antieroica di artisti italiani, in Alice Gombacci, per
il modo di narrare che mescola con garbo e finezza stilistica
toni alti e bassi del vocabolario pittorico. Penso a certe
sprezzature di forma, alla semplificazione stereotipa di volti
e figure, allo scenario stralunato, e allo sguardo monotono,
sorpreso e spaesato, dei protagonisti.
Bambine, o signore-bambine, bagnanti, maliarde, o amiche al
caffè, ma anche domatori o commendatori panciuti, animano
il teatro dipinto da Alice, quasi ad elencare una variazione
elementare e pretestuosa perché la favola si dilunghi, tra
linee e colori, dosando e componendo memoria e fantasia, non
senza mantenere un certo brio della veduta che sembra accompagnata
da un ritmo musicale (una pavana, per esempio, di Alfredo
Casella...).
Annotando la inclinazione di Alice al diario privato, e ad
una posizione della pittura come ideogramma, mi sono riapparse,
come non casuale citazione, le due signore triestine al caffè
di Piero Marussig, con i loro bei cappellini e la tornitura
compostamente sorpresa del volto. Disillusione, dissacrazione,
malinconica ironia. Nelle pose e negli atteggiamenti raffigurati
da Alice, l'esistenza ha una sua magia, ma la sua pittura
la distrae da ogni atmosfera vivente e la immerge in un gioco
intellettuale, lessicale, che opera sulla equivoca commistione
dei segni e dei testi. E una sorta di ''''surrealismo magico"
il suo, che non cede ai vezzi esoterici e pretenziosi, ma
si realizza in un mirabile equilibrio di innocenza e perversione.
La fantasia, in questo caso, non si compiace di lumeggiare
crudeli "settimane di bontà", dove la tranquillità dell'immagine
consueta è violentata dall'assurdo. Piuttosto, è il racconto
piano, assolutamente colloquiale, di una situazione "normale"
a condurci per lievi passaggi, verso esiti imprevedibili,
o catastrofici. Siamo così anche noi imbarcati "verso Citerà"
osservando le tele di Alice Gombacci, che di tenerezza in
tenerezza ci conducono in una situazione di inatteso spaesamento.
Penso alla scatola cinese, come quell'esemplare paravento
a più fondi che realizza lo spogliarello in allegria fino
ad evidenziare lo scheletro, ultimo vessillo del corpo al
di là della morte. L'elemento macabro circola in questa levità
narrativa della Gombacci e l'immagine si esprime in un gioco
sottile di finzioni, cosicché il "finto sul finto", restituisce
il "vero dipinto" che altro non è se non la metafora del tempo
rappreso, del flusso vitale trattenuto. Con una istintiva
vocazione scultorea - nel senso della gestualità plastica
e di attenzione alla materia - Alice compone per incastri,
gioca allontanando i suoi oggetti del desiderio, li "mima"
e quasi li disincarna in questa versione figurativa che sovrabbonda
il supporto, dilaga oltre la superfìcie e pretende, quasi,
di occupare lo spazio della vita. La materia ha una importanza
notevole in questa tessitura di immagine, ed è trattata con
l'accurato rispetto di chi, quasi, ne paventa le virtù. Penso
a certi fondi grezzi di tela, ad una grana robusta che a volte
limita la profondità, a volte contorna le figure, e pure le
mette in evidenza nello spessore dei corpi, alternando ambiguamente
l'effetto del pieno e del vuoto. In questo spazio equivoco,
i dipinti di Alice sembrano la risultante di un montaggio
paziente e di brucianti, rapide sintesi figurative.
La tessitura del quadro, la trama fitta dell'immagine si
offre allo sguardo con una certa prepotenza, gareggiando con
le silhouettes dei personaggi disposti come in una posa ottocentesca
da album di famiglia. Son sentimenti vividi, levigati e raffreddati
da una patina temporale, quelli che Alice Gombacci traduce
nel suo vocabolario figurativo: istanti di vita che si rivelano
dietro lo schermo del "gioco" o dello "scherzo" dipinto con
eleganza catafratta. Rivelare, nascondendo, è un pregio della
eleganza e della ironia che compendia l'espressività della
pittura. E si comprende di più l'attitudine "teatrale" di
Alice Gombacci se si riflette su quanto il sogno, il travestimento
e la messa in scena siano un filtro della volontà di vita.
Se la realtà è una assurda fantasmagoria (la favola di Machbeth,
"narrata da un idiota") allora l'illusione della scena può
accendere la speranza di una pausa nel tempo, che lasci dilagare
un sentimento caleidoscopico. In questa sciarada della esistenza,
dove figure vive prendono l'aria dei fantocci e i fantocci
si muovono come persone, esistono perfino figure simboleggianti
gli stati d'animo, o pure certe effettive presenze, amorini
o diavoletti, elementi curiosamente evocati come grottesche
della scena dipinta. Ma, per l'appunto, siamo ben aldilà di
una aggiunta decorativa. La forma del "macometto" non si discosta
dalle contraffatte pantomime di donne e di uomini ritratti
da Alice. Esso è una copia fedele, o quasi , dei prototipi.
E pure si sa che è una confezione artificiale, cucita nelle
giunture articolari, col filo di refe, pupazzo adibito a indispensabili
funzioni iniziatiche, o ad esorcismi, elementi di una "magia"
permanente, quasi aria che cammina nello spettacolo orchestrato
dalla pittura.
Qui, l'erario della lingua può aiutare a rivelare codici
di appartenenza, suture di radici umane, religioni di etnie
erratiche, dalle incerte frontiere. Se il "macometto" può
indicare la misura di "infedeltà", la componente "demoniaca"
che intride il flusso della vita, è anche assicurata la sua
affabile presenza domestica, una sorta di controfigura in
cui l'umano si specchia e, come il Meister degli anni di noviziato,
apprende per gradi il segreto dell'esistenza. Accanto al libertinaggio
spiritoso, lo spettacolo dipinto di Alice Gombacci si nutre
di una vocazione quasi pedagogica, condita di romantiche ironie,
e di una sorta di passione laica che evoca il principio di
Mignon ("ricordati di vivere!") contro ogni raggelamento istituzionale
e sociale.
Ballerine, acrobati, travestimenti, ed altre situazioni che
militano nello scenario narrativo, parlano di un labirinto
in cui tra patti col diavolo, fratellanze occasionali, entusiasmi
ed improvvise cadute nel tragico dell'esistenza, il filo rosso
della espressione e della passione estetica può dare giovamento
alla coscienza con una via d'uscita morale. E in certe stramberie,
che non nascondono una intima rigidità di giudizio (anzi,
quasi per differenza, la evocano), si apprezza il contenuto
di un'anima che senza facili pretesti decorativi riesce a
compensare poeticamente il lato scabroso della realtà. Gè
lo dicono alcune eloquenti sculture, concepite nel cemento,
in cui volti di donna emergono con medusea fissità di sguardo,
senza la minima complicità allusiva. Questi sono segnali di
una sensibilità fortemente determinata a vincere la paura
senza distrarre lo sguardo dal fondo tragico e insensato della
vita. Così le "care voci discordi" pulsano nella fantasia
che prova a farle "risuonare ancora" con il pregio discreto
di una visione in lontananza. Qui la malinconia, insegna Umberto
Saba, può incontrare la via della beatitudine.
Anche per questo, la pittura di Alice Gombacci va apprezzata
come un diario in pubblico, o come la metafora di un cuore
messo a nudo, dove l'estro formale non surroga l'esistenza
vissuta, e dove quest'ultima non prevarica le ragioni dell'espressione,
risultandone sottilmente metaforizzata. Una simile maniera
di vedere, che consegna tanta ricchezza di sentimento all'artificio
dei suoi manufatti, non opera per '"''distrarre" l'osservatore:
e lascia trasparire, nel dialogo ravvicinato con lo spettacolo
dipinto, un chiaro pregio di stile. Duccio Trombadori
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