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Nel mio vortice
Per anni ho lavorato dentro una linearità del pensiero.
Quello che io dipengevo era in un rapporto lineare con quello
che io pensavo e il rapporto occhi-mente non aveva interruzioni;
era come se il travasarsi dele cose, dalla mente all'operato,
dall'operato agli occhi, dagli occhi di nuovo alla mente,
avvenisse in maniera fluida.
Il "tempo della mente" era uniforme rispetto alla visione
di quello che io facevo o di quello che io vedevo. A distanza
di anni ho la netta impressione che questa modalità, questa
organizzazione delle cose da tempo abbia cominciato ad incrinarsi
e, come una persona che improvvisamente si trovi con una gamba
più corta, ho cominciato a zoppicare, trovandomi in equilibrio
solo di tanto in tanto, quando le condizioni del terreno,
squilibrate in un certo punto, fìlle.
C'è un mutamento in me e fuori di me; tutte le cose si contraggono,
si accorciano fino a diventare stenograìche.
Gli scenari si fanno via via più scarni, essenziali, meno
ampi, vari e variabili. Non c'è più tempo perché una cosa
sia in raporto con altre mille cose in una sequenza logica
e lineare; di volta in volta si delineano le articolazioni
del caso e prenderanno la forma che solo in quel momento può
determinarsi.
Il dissidio che va generandosi è fra queste due realtà:
una che cerca di tenere tutto legato insieme, in un tutto
continuo tra passato, presente e futuro, quindi in un arco
ampio della visione delle cose, l'altra, una frantumazione
disarticolata e caotica del tutto.
Questo mi pare di vedere fuori di me, questo io sento dentro
di me.
Quindi parlando del mio lavoro, più che dire del perché di
quella figura o di quel piatto spezzato, in quel dato contesto,
che pure hanno certamente il loro significato, io parlerei
di un senso più complessivo della pittura; di ciò che, dalle
sue incertezza, dal suo frantumarsi, può ricavarsi.
E il casuale assemblaggio delle cose, la sproporzione, il
farsi della materia ora geometrica, ora composta, ora straccio
lacero, in una confusione generale ad essere il più autentico
percorso della mia pittura e quindi la sua possibile lettura.
La navigazione si fa navigazione a vista senza la presenza
di una costa, in un mare vastissimo nel suo vitale movimento.
Così mi chiedo: Quale è mai l'equilibrio di una nave?
Non esiste un perfetto e stabile equilibrio delle cose; le
cose vivono perché sono in perenne movimento, per questo hanno
il loro sviluppo. L'unica navigazione consentita è la navigazione
incerta appunto, in altro modo definibile "l'equilibrio dell'instabilità".
Roma, 26 ottobre 2002
Angelo Colagrossi
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